Stiamo andando verso un’alimentazione sempre più premium?

Da un po’ di tempo ormai sto pensando di scrivere questo post: la domanda mi balla in testa e sarei curioso di sapere la vostra opinione in merito, come quella degli addetti al settore (grossisti, produttori, rivenditori e manager della grande distribuzione).
Stiamo andando verso un’alimentazione sempre più premium, ovvero nonostante le tasse sempre in aumento in Italia, i prezzi per i consumatori aumentano senza controllo?

“Attenzione post un po’ lungo, ma ne vale la pena leggerlo tutto per capire il senso della riflessione”.

A mio parere si. E mi spiego meglio: noto con stupore come per mangiare di qualità (e gli esperti di marketing mi bacchetteranno dicendo che di qualità ne esistono tante, ma io mi riferisco a quella percepita direttamente dal consumatore, ovvero dal rapporto beneficio dato dal consumo del prodotto/prezzo di acquisto) sia necessario spendere sempre più soldi, e soprattutto per continuare a mangiare sempre gli stessi prodotti.

Posso capire l’effetto dell’inflazione sull’aumento dei costi dei prodotti (leggasi materie prime) già in fase di produzione, ma tale aumento mi sembra slegato dall’aumento alla fine della filiera che paghiamo noi consumatori. Insomma c’è qualcosa che non va: sembra che gli intermediari vogliano sempre più aumentare i loro profitti a discapito dei produttori e dei consumatori.

Un esempio su tutti il vino (che come vedete fino ad ora è  l’argomento centrale delle mie riflessioni e di questo blog in generale) : fino a 10 anni fa (forse anche 15, ma non di più),  ricordo che con 10 € si poteva comprare davvero una buona bottiglia. Ora invece con 10 € si comprano, perlomeno al supermercato (che gestisce il maggior volume di vino venduto in bottiglia da quanto mi risulta, ma se mi sbaglio, come al solito ho il piacere di essere corretto!!) bottiglie discrete e con quella cifra invece per avere una buona bottiglia bisogna andare dal produttore, a cui comunque bisogna aggiungere le spese per spostarsi da casa (auto, e non per ultimo il tempo), quindi la singola bottiglia, viene a costare decisamente di più.

Si rivela quindi la comodità di comprare tutto nello stesso posto, un costo, ovvero una quota che bisogna mettere in conto per la comodità di avere tutto “sotto casa” più o meno, dovendolo aggiungere al costo della bottiglia. Ne vale la pena? Secondo me no, soprattutto se si pensa di acquistare diverse bottiglie dello stesso vino, o se si punta di spendere meno di 10€ l’una o  ancora peggio di 5€, perché si avrebbero vini in bottiglia dalle caratteristiche poco diverse da quelli in Tetrapak®.

Tanto vale andare direttamente dal produttore, che oltre a poter fare un prezzo minore, vi fa un sorriso, e nel fidelizzarvi con il tempo, vi regala qualche bottiglia e vi applica pure uno sconto, o meglio ancora potete respirare da vicino la “vita del vignaiolo”, senza che costui sia strozzato dai prezzi bassi (in alcuni casi anche troppo quasi in perdita, se non si tratta di un grande nome affermato sul mercato) che impone la grande distribuzione ai produttori pur di poter vendere i loro vini e farsi conoscere al grande pubblico.

Per chi ha fretta di leggere passi direttamente a questo punto:

La sensazione che ho è quella che vivere stia diventando sempre più un lusso (gadget tecnologici e “vizi” dati dalla moda esclusi), mentre tutti gli stipendi (compresi quelli dei manager che prendono anche oltre 20 volte quello che prende un operaio medio) restano uguali o al massimo vengono ritoccati di pochissimi euro l’anno. Che sia il caso di ripensare da zero il sistema agroalimentare non solo italiano, ma soprattutto del macro mercato europeo da cui sempre di più dipendiamo?

Rispondete commentando qui sotto (non occorre registrarsi su WordPress per commentare), sulla pagina Facebook, su Twitter con un tweet (da ieri avete un limite di caratteri alzato a 280). Non è una forma di ricerca di mercato, ma una semplice condivisione di un parere che ho piacere di scambiare con voi.

Grazie  ancora a tutti per seguirmi da tanto tempo. Mi fa davvero piacere! A chi invece si è appena aggiunto dico invece buona lettura, e benvenuto nella community di VinoeGusto.

Fonte immagine: Cosmicoblog.com

Abbiamo perso la testa (e la ragione) per il protagonismo nel cibo e per il #foodporn

Post di risposta a quanto affermato da Angelo Peretti, giornalista enogastronico, conosciuto nel web con lo pseudonimo di “The Internet Gourmet”.

Source: Horses for Sources. Courtesy of: School of Rock Film

In effetti ha ragione a dire che i “sommelier non devono fare le rock star”. Mi spiego meglio: stiamo vivendo in un momento particolare, appena usciti (forse) dalla crisi economica peggiore degli ultimi due secoli, e tutto di colpo il settore agroalimentare nel Mondo diventa di moda: vino, cibo, cultura green nei confronti dell’ambiente, ecc.
C’è da dire anche che ExpoMilano2015 ha fatto la sua parte con i messaggi lanciati nei 6 mesi di apertura circa dal suo AD Beppe Sala e da quanti ne hanno partecipato come Paesi o enti nei padiglioni, ma forse la cosa è sfuggita di mano, soprattutto a certi chef e alcuni sommelier, che di colpo si sentono protagonisti della scena, quando per anni sono solamente stati gli interlocutori tra i produttori e i clienti finali ai ristoranti. Interlcutori anche degli chef che a loro volta hanno prodotto le pietanze che andranno per forza di cose abbinate con un vino, una birra, ecc..
Fenomeno “Rock star” che di fatto porta al centro dell’attenzione l’interlocutore, mettendo in secondo piano il prodotto, ma dove vogliamo andare? Prima o poi il sistema potrebbe crollare su sè stesso. Io lo dico non tanto per dimostrare capacità di previsioni mie (non ne ho bisogno e non mi interessa) ma per mettere in guardia chi legge e addetti al settore, che la situazione potrebbe degenerare prima del previsto. E per quale motivo? Ci azzardo sul fatto che dopo che tali persone sono diventate delle personalità VIP (il gioco di parole è voluto), qualcuno si esponga troppo e metta a repentaglio la credibilità di tutti, anche di chi fa parte di altre associazioni di categoria. Perchè si sa, in Italia ci vuole poco (e siamo molto bravi in questo, ma non mi risulta sia un vanto) a fare di “nervo tutto un fascio”, ovvero a discriminare tutti per la colpa di qualcuno.

Source: Giphy

Argomento non troppo fuori discussione: tutto questo protagonismo nel settore del cibo è scappato di mano un pò a tanti, anche a qualche blogger, che ha addirittura inventato l’hashtag “foodgasm” dopo che #foodporn non bastava effettivamente, perchè un buon cibo può dare orgasmo?! Boh, qui mi aspetterei qualche risposta (seria s’intende) da parte di chef e addetti ai lavori, perchè io non ci capisco più…

Grom sbarca al Carrefour: bene o male?

Già da qualche tempo i gelati di Grom li possiamo trovare in vaschetta,  e più precisamente da Carrefour. Bene o male? Me lo sono posto anche io quando con molta sopresa ho visto le vaschette (sapevo della mossa commerciale di Unilever, la nuova proprietaria del marchio). C’è da dire infatti che gli stessi gusti sono venduti anche nelle gelaterie, dove sono spacciati più o meno per gelato artigianale, anche se come sappiamo bene non è, visto che nelle rivendite arrivano dei semilavorati che basta solo mantecare sul posto. Altrimenti come farebbero ad avere la stessa qualità in tutte le gelaterie del Mondo? Gelaterie, se così possiamo chiamarle anche se si tratta di rivendite o poco più. Osservazione personale che non vuole scatenare su questo post una tale polemica, ma magari riparlarne in un altro post. Bene, ritorniamo all’obiettivo inziale: in mezzo a tanti gelati industriali e para-artigianali che si trovano al supermercato, ha senso un gelato che artigianale non lo è proprio, e proposto alla bella cifra di oltre 18 €/kg? Si se si vuole un prodotto esclusivo, come lo è tutt’ora nelle rivendite sfuso in coppette o coni, no se in effetti se non vale la pena spendere tutti quei soldi in una vaschetta perlopiù da nemmeno 500g. I gusti disponibili sono i classici, più alcuni speciali: limone, fragola, pistacchio, lampone, caffè, cioccolato. La vera esclusiva resta però la Crema di Grom, gelato alla crema di formulazione esclusiva di questo brand. Per ora non l’ho ancora assaggiato nella versione in barattolo, ma sono stato solo nei negozi (non ce la faccio proprio a chiamarle gelaterie, è più forte di me), e non sono rimasto deluso, anzi, l’ho trovato sempre buono, anche se ho avuto modo di gustare pochi gusti (scusate il gioco di parole). In quei casi mi sono sembrati parecchi soldi per una coppetta da una pallina (ben 2,20 €), ma purtroppo è quello che oramai tocca spendere per poter mettere in bocca del gelato vero e non un impasto di coloranti, aromi e paste già pronte da allungare con acqua o latte. Ai posteri l’ardua sentenza come si dice, detta tra noi, vediamo come il mercato recepirà questa “sdoganizzazione” del gelato da negozio a supermercato…

Ah si, se avete qualcosa da dire in merito, commentate pure, che ce n’è da commentare qui, e non poco…

 

Il consumatore non vuole semplicemente la qualità, la pretende!

Fonte: sito web Regione Toscana

Il post nasce come libera riflessione di un enotecnico, dopo aver partecipato all’ennesimo seminario in cui si è parlato di assicurazione della qualità all’interno della filiera agroalimentare. Noi addetti ai lavori e ci metto dentro pure me stesso, ci sbattiamo tanto per assicurare la qualità ad un consumatore che spesso non s’intende di processi e procedure di produzione, tanto meno di normative vigenti in materia, ma che invece è  molto più attento di noi all’evoluzione del prodotto nel tempo. Non solo per quanto riguarda il prezzo finale al punto vendita (il più delle volte supermercato) ma proprio per le caratteristiche intrinseche del prodotto. Ovvero il cliente-consumatore ha memoria di quello che compra e fa anche senza pensarci troppo sopra dei continui confronti con quello che acquista di solito e ciò che ha appena acquistato. Mi viene in mente un esempio che ha poco a che fare con il made in Italy, ma che rende bene l’idea: Coca Cola anni fa provò ad aumentare la dose di zucchero nella celebre bevanda scura, e i clienti USA senza sapere tante nozioni tecniche, non la trovarono al livello solito e smisero di comprarla. Effetto dopo il calo delle vendite? Lo zucchero tornò ai livelli di sempre e le vendite nei supermarkets ritornarono ai livelli di sempre. Basta infatti poco per sortire effetti ampi sul mercato di un prodotto e sulle sorti finanziarie di un’azienda.
Tutto questo per dirvi che il consumatore è molto più attento e severo nei confronti delle aziende di quanto si possa pensare, e in effetti nei libri di marketing si parla del consumatore come il primo azionista dell’impresa. Bisogna quindi prestargli attenzione e seguirlo, senza fargli sentire pressione addosso come in certe ricerche di marketing,  capendone l’evoluzione nel tempo e nello spazio. Altra osservazione che sorge alla fine è (e comunque sempre più dibattuta tra gli addetti ai lavori) è: la qualità per il consumatore è il soddisfacimento di un bisogno derivante da un desiderio o qualcos’altro che ancora non abbiamo ben chiarito, proprio perchè i consumatori sono tanti nel mondo e soprattutto variano in continuazione?

Foto: Regione Toscana

I giovani e la green economy

Giovani imprenditori e agricoltura: un sodalizio che va forte negli anni (forse) post crisi economica

Credits: Banca Cambiano

Credits: Banca Cambiano

Si parla spesso di giovani e di green economy, ma di cosa di tratta?
Si fa riferimento allo sbocco lavorativo di tanti giovani, che dopo gli studi superiori (o durante e dopo gli universitari), hanno deciso di dedicarsi all’agricoltura.
E’ un settore in forte crescita, che l’osservatorio del ministero del lavoro, con quello delle politiche agricole, sta tenendo in forte considerazione, anche tenuto conto dei temi di Expo. Non si tratta semplicemente di un trend temporaneo, di un “effetto Expo”, ma di una dedizione dei giovani all’agricoltura che si protrarrà nel tempo.
Per di più si può affermare che il fenomeno riguardi solo vino o colture tradizonali come pesche, ciliege, mele, ortaggi vari, ma si allarga anche a settori riconosciuti più faticosi da sempre, come l’allevamento (anche in montagna) e il pascolo di bestiame, ma anche colture innovative come l’agave, o l’aloe vera. Pure la tanto dibattuta canapa sta attraendo i giovani, non tanto come senso di sfida all’autorità dello Stato, ma perché vedono un settore in cui investire, in vista di un roseo futuro.
Di certo però, sempre più aziende abbracciano l’agricoltura biologica e biodinamica, non tanto per gli sgravi fiscali e contributi europei, ma come filosofia di vita.
Costoro non sono solo figli di agricoltori o nipoti, molto spesso si tratta di figli di avvocati, ingegneri o anche laureati in altri campi (anche medici), che vedono impossibile o quasi lo sbocco lavorativo nel proprio settore a causa di crisi del mercato, elevata concorrenza o cavilli burocratici.
I giovani imprenditori si sentono così soddisfatti per una serie di ragioni: lavorano all’aria aperta (indubbi effetti sulla salute, meno depressivo di stare in ufficio), fanno lavori sempre diversi, hanno a che fare con la natura che cresce e si sviluppa,  e si sentono finalmente realizzati, anche perché in alcuni casi si tratta di un ritorno alle origini familiari, seppur anche lontane.

Secondo una ricerca Coldiretti che è stata presentata all’Expo, alla fine del secondo trimestre 2015 i giovani agricoltori sono aumentati in Italia del 35% rispetto al secondo trimestre del 2014. I giovani con meno di 34 anni che operano come imprenditori agricoli, coadiuvanti familiari e soci di coop agricole hanno superato le 70 mila unità

Siamo arrivati quindi ad una nuova fase del progresso su questo pianeta, oppure si tratta di un ritorno alle origini (della serie torneremo tutti agricoltori), tanto voluto da quelli che sostengono la decrescita felice?

Estratto dall’intervento del Dott. Sergio Remi alla presentazione del Rapporto Economico di distretto del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG – Dicembre 2015

Il settore lattiero-caseario in Italia: le cifre di Coldiretti

Coldiretti presenta i numeri, secondo un’elaborazione da dati Istat

Mozzarella_cheese

Si parla spesso e bene dell’agroalimentare italiano come il più controllato del Mondo, a garanzia della tutela di uno standard di qualità che tutti ci invidiano. A margine della presentazione del loro rapporto sul settore lattiero-caseario in Italia nel 2014, sono stati forniti anche i dati:

  • 36.000 allevamenti;
  • 11 milioni di litri di latte bovino;
  • l’11% è consegnato ad industrie cooperative per la produzione di latte pastorizzato fresco;
  • 180.000 impiegati nel settore;
  • 28 miliardi di € di valore generato dalla filiera;
  • 4,5% del totale, pari a circa 5 milioni di tonnellate destinati alla produzione di formaggi a denominazione DOP

La situazione economica che stiamo attraversando, è caratterizzata purtroppo anche da un calo dei prezzi alla stalla nell’ultimo semestre del 19%, passando da 44,5 € cent al litro a 36,00 € cent/litro, sfavorendo i nostri agricoltori che devono sempre più combattere sul fattore prezzo con le materie prime provenienti da altri Paesi, soprattutto Europa dell’Est per sopravvivere nel mercato.
Non è possibile peraltro valorizzare la qualità, area in cui noi italiani siamo forti, forse i migliori nel Mondo, in quanto la legge europea dalla quale dipendiamo – perché siamo sempre meno padroni a casa nostra, come recitava un vecchio slogan della Lega Nord, da sempre al fianco degli agricoltori padani – rendendo indistinta la produzione nazionale da quella importata. Manca infatti l’etichettatura obbligatoria sull’origine del latte, voluta dalle multinazionali che possono vendere così più liberamente i loro prodotti nel nostro mercato, fa notare il mensile. Le cagliate importate pari a 1 milione di quintali l’anno, destinate in maggioranza alla produzione di mozzarelle, equivalgono a un decimo dell’intera produzione di latte italiana.
Per quanto riguarda il latte UHT la situazione attuale è abbastanza complessa in quanto per ogni litro di latte prodotto nelle stalle italiane, ne viene importato dall’Estero quasi altrettanto privo di ogni certificazione. A fronte di quasi 1.400.000 tonnellate di latte UHT venduto in Italia come “prodotto italiano” effettivamente poco più di 500.000 deriva da stalle italiane, mentre la stessa quantità viene esportato da noi già confezionato, quindi solo 1 litro su 4 venduto da noi è veramente di origine locale.
Il caso dei prodotti “italian sounding” cioè i beni con nomi che richiamano le tipicità italiane, che però sono fatti altrove con metodi e tecnologie molto lontane dalle nostre, come il caso dei “simil Grana”, ovvero i formaggi con assonanza alla parola italiana “Grana”, hanno un impatto economico di 2 miliardi di Euro. Il 45% del nostro latte serve infatti a produrre il meglio dei formaggi mondiali, come è sempre più riconosciuta la tipicità dei nostri prodotti dagli chef di tutto il Mondo.

Credits: Terra Trevisana-Mensile della Federazione Provinciale Coldiretti di Treviso (testo), Wikipedia (immagine)